al nuovo guro dell’insegnamento o la penna facile

#Alessandro D’Avenia, lei non ha saputo spiegare in che modo il sistema di reclutamento riformato possa risolvere il problema dei docenti incompetenti. Se poi, come immagino, lei sta caldeggiando la chiamata diretta dei presidi con il pretesto della buona selezione, questo significa ovviamente spalancare la porta al clientelismo.
Così, mentre lei, suoi nuovi media, si scandalizza dei suoi colleghi incompetenti, ma senza mai fare nomi e cognomi e senza ricorrere agli strumenti che la legge pure le offrirebbe, io mi vergogno dell’incompetenza e dell’ipocrisia di chi mi vorrebbe formata e dunque abilitata. Proprio da lei, che nella scuola lavora da 14 anni, ci si aspetterebbe una denuncia contro la demolizione di quella che è stata la scuola migliore del mondo, una scuola criticata e piena di difetti, ma che pure ha saputo accogliere dentro di sé i Manzi e i Milani di buona volontà. Non una parola, dalla sua penna facile, che non le nego e che le le invidio, sulla riforma dei cicli, come se lei non sapesse rendersi conto di quel che è stato fatto agli studenti, a partire dai nati nel 1996, vittime di una riforma che ha fondato se stessa sull’idiozia mille volte ripetuta: ” é assurdo che i ragazzi debbano ripetere tre volte gli stessi argomenti “; come se lei, accecato dalla sua classe 2.0, non sapesse rendersi conto di quel che significa essere privati della possibilità di approfondire concetti incontrati durante le scuole elementari: a titolo d’esempio, il pensiero di Montesquieu, che pure in qualche modo le sarà stato insegnato proprio quando lei le ha frequentate.
Di fronte a questo, il discorso sulla formazione della classe docente- quella che non andrebbe più fatta sul campo, durante e attraverso il lavoro, ma che dovrebbe sostanzialmente coincidere con il percorso di studi- è una buffonata, una menzogna, l’altra faccia del neoliberismo spietato, incontrollato, che ora si prende la scuola, entra in classe, prepara a non pensare, a eseguire compiti in funzione di efficienza e funzionalità.
Quanto alle sue critiche contro il sistema delle graduatorie e del concorso, critiche dovute al fatto che nell’insegnamento il sapere conterebbe solo per un 20%, essendo centrale la capacità di relazione, vorrei dirle, intanto, che quel 20% mi pare assai scarso- specie considerando quanto siano ridicoli i programmi degli esami universitari soltanto rispetto a una decina di anni fa, e poi che la valutazione universitaria deve essere espressione della capacità di raccontare, e non solo delle conoscenze apprese- se poi gli esami all’università contano in misura sempre maggiore test a crocette, allora si vede bene che il problema è ben lungi dall’essere quello della formazione degli insegnanti; le ricordo, infine, che nessun esame di pedagogia potrà mai insegnare l’empatia.

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Un appello per la filosofia

Promotori:

Roberto Esposito, Adriano Fabris, Giovanni Reale

Questo, per la filosofia e per la cultura umanistica in generale, è un momento non facile. Prevale un’ideologia tecnocratica, per la quale ogni conoscenza dev’essere finalizzata a una prestazione, le scienze di base sono subordinate alle discipline applicative e tutto, alla fine, dev’essere orientato all’utile. Lo stesso sapere si riduce a una procedura, e procedurali ed organizzative rischiano di essere anche le modalità della sua costruzione e valutazione. Un conoscere è valido solo se raggiunge specifici risultati. Efficacia ed efficienza sono ciò che viene chiesto agli studiosi: anche nell’ambito delle discipline umanistiche.

 In questo quadro non stupiscono, per restare nell’ambito filosofico, l’eliminazione della Filosofia teoretica da molti corsi universitari di Scienze dell’educazione, nonché, per quanto riguarda le scuole secondarie, l’idea di ridurre a due anni la formazione filosofica, a seguito del progetto per ora sperimentale di abbreviare il ciclo a quattro anni. Allo stesso modo non sorprende il fatto che, nonostante il diffondersi negli ultimi decenni delle etiche applicate (come la bioetica, l’etica ambientale, l’etica economica, l’etica della comunicazione) a tutt’oggi la bioetica è considerata nelle declaratorie una disciplina che rientra ufficialmente nei settori disciplinari della medicina e del diritto piuttosto che della filosofia. Con la conseguenza che viene privilegiato per questa materia un insegnamento di carattere procedurale, piuttosto che una formazione volta a fare chiarezza sui motivi di certe scelte per aiutare a prendere decisioni responsabili.  Ma tutto questo è la punta di un iceberg. È il segno che, privilegiando un pensiero unico modellato sulle procedure tecnologiche, abbiamo rinunciato alla nostra tradizione, alle molteplici espressioni della nostra umanità, e siamo diventati tutti più poveri nella riflessione e nella capacità critica. Si tratta di un problema che interessa anzitutto la dimensione educativa. Ma più in generale ne va del ruolo che, nel nostro paese, può giocare la dimensione della cultura.

 È necessario cambiare rotta. È necessario contrastare questa deriva. Lo si può fare anzitutto bloccando i progetti che riducono o addirittura eliminano lo spazio della filosofia nell’istruzione secondaria e nell’insegnamento universitario. Lo si può fare chiedendo al nuovo governo impegni precisi: non solo per l’ammodernamento delle strutture scolastiche e universitarie, ma anzitutto per il sostegno e il rilancio di una cultura autenticamente umanistica, come sfondo all’interno del quale anche la ricerca scientifica e tecnologica acquista significato.  È questo il modo in cui può trovare rilancio anche un’azione politica intesa come responsabilità del pensiero nei confronti della dimensione pubblica e del mondo. È questo il modo in cui il nostro paese può essere fedele al suo passato. È questo il modo in cui esso può trovare una vera collocazione nel presente e nel futuro dell’Europa.

 

Questo è il testo della petizione. Potete firmare, se lo ritenete necessario, sul sito di Editrice La Scuola

 

 

 

 

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la scuola senza mondo

una laurea che spedisca direttamente dalla scuola come studenti alla scuola come insegnanti sarebbe l’ultimo capitolo della sua demolizione, dopo la rovina dei programmi della scuola elementare e lo schiaffo a storia dell’arte e filosofia nella scuola superiore. Ciò, a mio avviso, comporterebbe infatti un impoverimento della classe docente- e dunque della scuola stessa- perchè non ci sarebbero più insegnanti che, prima di andare a sedere in cattedra, potrebbero aver fatto esperienza del mondo, come giornalisti, architetti, chimici o quel che vi pare. Nessuno pensa mai a questo. Facciamo gli esterofili senza renderci conto che la nostra scuola e i nostri docenti erano- e ancora sono- i migliori. Provate a immaginare quello che succederebbe fra qualche decina di anni anni se da domani ad entrare nel mondo della scuola fossero sempre e solo ragazzi di 24 anni che hanno scelto la loro professione quando ne avevano 18.

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